Bartleby all’Esame di Stato. Cogliere l’occasione del silenzio
Qualche giorno fa, la scuola mi ha chiesto una relazione da consegnare alle assistenti sociali del comune di Pozzuoli per una nostra allieva che era stata portata in una casa famiglia a seguito di problemi familiari.
Non è stato facile scriverla. Anzi posso dire che la richiesta mi ha fatto paura. Ho pensato che le mie parole potessero avere effetti imprevisti nella realtà esterna a me, che potessero essere usate in contesti giuridici e contribuire a prendere decisioni delicate, con effetti sul futuro delle persone
O magari mi sono illuso, e le mie parole staranno assieme ad altre, dimenticate in un faldone, negli infiniti archivi dei servizi sociali. Fra le tante storie tristi.
Le nostre parole hanno sempre effetti che non riusciamo a governare, ma ce ne ricordiamo solo nei momenti di crisi.
Per scriverla meglio, ho chiesto la collaborazione dei colleghi del consiglio di classe. I pochi che hanno risposto, mi hanno parlato di interrogazioni, valutazioni, compiti.
Penso siano troppo intelligenti per immaginare che alle assistenti sociali di un comune, davanti a una questione delicata come l'affidamento di una minore a una casa famiglia, potesse interessare la media in biologia o quanti compiti di francese avesse svolto (sono materie di fantasia, nella mia sezione non ci sono).
Penso che il punto sia sempre lo stesso: la grande crisi identitaria del lavoro degli insegnanti che li porta a cercare risposte fra la retorica della vocazione e l’orgoglioso assillo della valutazione (numerica).
La vocazione è quello che gli altri si aspettano da noi, e vedo che questa malapianta attecchisce nella testa di molti colleghi. Che – lo dico subito – sono in ottima fede, ma vivono – come tutti viviamo – in una tale crisi della domanda che non sanno – sappiamo – più cosa fare.
Di recente un interlocutore intelligente mi ha fatto notare che, al netto della retorica della vocazione, la professione di insegnante non è paragonabile a quella di altri impiegati dello Stato e che un minimo di scelta, di adesione, sia necessaria.
Mi pare che mentre ci attacchiamo all'idea che l'insegnamento sia una missione, non dedichiamo neppure un momento alla verifica motivazionale. Perché non abbiamo il coraggio di farlo. Per arrivare in cattedra si passano corsi di formazione, tirocini, abilitazioni, esami ad hoc, concorsi etc etc. Una lunga trafila durante la quale non ci si chiede mai perché si voglia fare l'insegnante. Non c'è un momento dedicato a questo, come se le domande radicali facessero paura, mentre le risposte a queste domande sono essenziali non solo perché chiariscono le idee, ma perché possono essere riviste e modificate in ogni momento.
Un mio professore a scuola diceva che solo i morti sono coerenti. La psicanalisi, l’arte di divinare i sogni e la biologia, per fortuna, ci dicono il contrario.
Le vocazioni, le missioni, le chiamate sono fragili, tumultuose. Credo che persino un sacerdote passi momenti di indifferenza e incertezza sulla propria scelta. Figuriamoci un insegnante. La differenza è che tutto sommato sappiamo cosa chiedere a un prete, meno cosa chiedere alla scuola come istituzione.
Il rischio è che il momento della valutazione prenda il sopravvento sugli altri momenti della nostra professione, anche perché è un momento, almeno apparentemente, chiaro e ben definito.
Sono un insegnante, ma che sono? insegno, ma a volte insegnare è volatile e difficile da limitare e definire, invece valutare può apparire più semplice. E la valutazione diventa pietra miliare. Segna il percorso. È certa. Viene somministrata nel modo più oggettivo possibile. Il Dio Numero.
La notizia del maturando che in istituto superiore di Padova si è rifiutato di parlare al colloquio orale dell’Esame di Stato è rivelatrice.
Lo studente si siede e fa quella che è a tutti gli effetti una dichiarazione politica. Con la somma dei crediti e delle prove scritte ha già superato la soglia minima di 60/centesimi, quindi ha la certezza tecnica di avere ottenuto un diploma e la legge non lo obbliga a rispondere alle sollecitazioni della commissione. In teoria, se fosse rimasto zitto per impreparazione, sarebbe comunque tornato a casa col voto di partenza confermato.
Ma da quello che leggiamo sui giornali, lui va lì con una proposta, discutibile come tutte le proposte, contraddittoria e ingenua come può essere quella di un diciottenne, ma sicuramente con una dignità maggiore delle migliaia di studenti che da anni si presentano agli Esami di Stato ripetendo a memoria un percorso già elaborato e concordato in modo un po’ opaco con gli interni della commissione.
Quella commissione si sente messa in discussione; dai giornali e dalle ricostruzioni sembra sia iniziata una sorta di contrattazione con l’esaminando, che ha come obiettivo quello di ottenere qualche risposta a poche domande per alzare poi il voto di 3 cifre. Così che da 62/centesimi arriva a 65.
C’è una precisazione doverosa. Non ero presente in quel momento e posso formarmi un’opinione solo dalle dichiarazioni e dalle ricostruzioni della stampa che non sono mai neutre e non so quanto siano competenti. Però mi pare di trovami davanti a una piccola occasione persa. E non per colpa dei singoli membri della commissione, ma proprio per impreparazione collettiva. Sarebbe bastato fermarsi a elaborate tutti insieme, da posizioni diverse, in una sana relazione asimmetrica, nella quale il mondo adulto si assume il coraggio della responsabilità.

Paradossalmente, riportando la scelta del candidato nei binari del consueto, il mondo adulto ha abdicato al suo ruolo. Non ha accompagnato lo studente in un territorio sconosciuto, ma gli ha messo un recinto nel quale ha ingabbiato la decisione.
Sbalorditi da un’azione che è parsa loro un mancato riconoscimento, i membri della commissione non sono riusciti ad andare oltre alla piccola ferita narcisista. Mi chiedo cosa avrei fatto io, e penso che le risposte valgono poco. Le cose vanno vissute sulla propria pelle, e io lì non c’ero. Questa non è una critica ma una riflessione, che spero arrivi anche ai colleghi della commissione, col mio rispetto per loro e per il loro lavoro. Perché le loro scelte non sono solo le loro, ma quelle più semplici, più ovvie, meno meditate e sentite della scuola attuale. Hanno agito un automatismo e non me la sento di condannarli per questo, ma rivendico di riflettere su quell’automatismo.
In una dichiarazione successiva ai fatti, la Dirigente Scolastica dell’istituto dove è avvenuto l’episodio definisce l’accaduto come una scelta di comodo e non di coraggio. Diciamocelo, effettivamente non ci vuole coraggio a presentarsi davanti a una commissione, rifiutando di rispondere alle domande. Però l’etichetta di ‘scelta di comodo’ mi pare frettolosa.
Se lo studente conosceva il voto di partenza del colloquio è perché la legge stabilisce che questo è un diritto del candidato. Se sulla base di un diritto ha fatto una valutazione – che in qualche modo avrà ripercussioni sul suo futuro – non spetta al mondo adulto sminuirne il senso. Devo dire che il portavoce dell’Associazione Nazionale Presidi ha detto molto di peggio, ma le parole di entrambi si possono leggere anche sui giornali online, per cui non mi dilungo.
Nel frattempo, magari il protagonista della vicenda si è già pentito del suo gesto o ne sarà orgoglioso per tutta la vita. Se è una persona equilibrata, se lo dimenticherà presto. Ma questo riguarda lui.
Quello che riguarda tutti è proprio la sua proposta. Una proposta che metteva in luce i meccanismi concorrenziali, l’abbrutimento, l’ansia che in certi contesti genera la valutazione numerica. E tutto a discapito della cosa più importante a scuola, più importante per me anche della relazione umana: l’apprendimento.
L’essere vivente desidera naturalmente imparare (non è mia questa). L’ossessione valutante sposta la sua attenzione, la sua smania, il suo desiderio dalle cose ai numeri, dal materiale all’astratto. L’essere vivente desidera imparare sopra ogni altra cosa, ma non è detto che gli piaccia studiare. E fin quando penseremo a una scuola dell’obbligo, aperta a tutti, resterà scandaloso il sistema di una valutazione universale, disfunzionale per tutti.
Chiudo con una nota triste e polemica. Da qualche anno ho la fortuna di svolgere attività di insegnamento anche in una magnifica università meridionale. Mi rendo conto però che se a scuola ci poniamo il problema della didattica e della valutazione, il mondo accademico è spesso distante rispetto a queste questioni.
Io detesto fare gli esami universitari, perché è spesso impossibile creare un dialogo con gli studenti che ho davanti. Sono spaventati, stanchi, ansiosi e tendono a vedere in me solo un esaminatore. Uno che deve dare loro un voto numerico di lì a qualche decina di minuti. Una specie di macchina valutante.
Mi rendo conto che quando chiedo di auto-valutarsi, spesso pensano che stia chiedendo loro il voto d’esame, mentre io voglio solo sapere che riflessioni hanno fatto sul tempo che abbiamo condiviso e sulle cose che ci siamo detti. Poi mi assumo io la responsabilità del voto.
Se i meccanismi della carriera accademica prediligono la ricerca e la produttività scientifica (o così è stato fino all’altro ieri) è chiaro che chi immagina la propria vita negli atenei è preso più dal lavoro in archivi, biblioteche o laboratori che da quello in aula. Ne consegue però che una parte significativa dei doveri del docente universitario viene data per scontata e non è oggetto di riflessione e analisi. E procede così, per inerzia.
Ecco, gli insegnanti di scuola, prima dell’aula, hanno tutti o quasi attraversato momenti formativi gestiti dall’università. Che è come se un autista di Tir mi insegnasse a guidare la Smart perché il Tir è più grande, più complesso, ha anche le lucine e il volto di Padre Pio, ovvio che so guidare una Smart. E invece no. La Smart ha le sue specificità.
La scuola si impara insegnando, guardando i colleghi, ponendo problemi, smontando le ideologie iniziali per accettare di imparare e perpetuare un lungo, umile e ostinato lavorio artigianale.
Poi sarebbe bello cogliere l’occasione, quando inaspettatamente arriva.
Mia madre, povera donna, non diceva mai ‘cogliere’, ma ‘togliere l’occasione’ forse aveva paura del mondo. Invece è meglio ‘coglierle’ le occasioni: meglio cogliere le crisi e i momenti non conformi. E non costringere chi non vuole riconoscere la liturgia a una pantomima ipocrita. Abbiamo la forza di aprire una finestra. Abbiamo la lucidità per capire le ragioni di Bartleby.