articolo di prova per Francesca

27 Giugno 2026

Leggi "Un senso all’odio" di Riccardo Manzotti su doppiozero. 
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Riccardo Manzotti

 

Silenzi ci fa riflettere sul fatto che questo buonismo inclusivo, nel quale dovremmo accettare i valori altrui ma non amare veramente i nostri, è una forma di suicidio esistenziale che tradisce il principio fondativo della società liberale: la libertà di pensiero e di parola. 

 

 Se la società ammette la diversità, non deve farlo sottoponendo le persone a una forma di anestesia perenne, nella quale ci si sente obbligati a non provare mai sentimenti di repulsione per i valori contrari ai propri.

Se è importante che questi sentimenti non si traducano in azioni che ledono l’esistenza delle persone, la soluzione non può essere né quella di sopprimerli né quella di reprimerne l’espressione, sia perché ciò violerebbe due principi fondamentali — la libertà di pensiero e di parola — sia per un motivo pratico. 

Si dirà che oggi l’odio non manca, anzi è amplificato dalle echo chambers dei social network e dall’uso strumentale che la politica ne fa (come del resto ha sempre fatto). È vero. 

Ma questa manifestazione rimane qualcosa di illegittimo e deprecabile, che viene strumentalizzata e incanalata per fini opportunistici: non è quasi mai un’espressione trasparente e legittima del rifiuto di posizioni diverse. 

 

L’odio sui social network sta al vero dissenso come il complottismo sta alla legittima competizione tra teorie scientifiche alternative. Anzi, proprio questa forma di odio, spesso cieca e malinformata, delegittima la capacità di esprimere la propria alterità rispetto a posizioni diverse dalle nostre.

 

La società liberale deve consentire il confronto dei valori, e i valori non vivono all’interno di uno stesso insieme. Ma come possono confrontarsi se si soffoca quella adesione intima che consiste nel fatto che li amiamo e li odiamo? Eliminare l’odio, il disgusto e la repulsione implicherebbe eliminare anche il nostro sincero consenso e dissenso.

 

 

 

 

 

No, non può essere solo un criterio altimetrico o strettamente geografico a definire cosa sia la montagna e i bisogni delle sue genti

Sembra esserci qualcosa di incomprensibile nella scelta di questi nuovi criteri nel definire cosa sia la montagna a meno che il motivo non sia strettamente politico-economico legato all’accesso delle risorse previste per le zone montane.

Del resto, il “combinato disposto” tra questa legge e l’applicazione dei nuovi criteri si tradurrà in un accesso alle risorse per 2800 comuni rispetto ai 4000 attuali, risorse in gran parte dirottate verso le zone alpine.

In questo senso il quadro sembra delineato e ne faranno le spese soprattutto larghe aree appenniniche “esistenzialmente montanare”.

Volontà politica o ignoranza diffusa nel comprendere la complessità di cosa sia la montagna e i bisogni di chi le abita renderanno più difficile il compito di molte amministrazioni comunali nell’erogare servizi importanti verso i propri abitanti e non solo.

E a proposito dei nuovi criteri oggettivi e “aritmetici” del ministro Calderoli nel definire cosa sia un comune montano può soccorrere un celebre passo delle Memorie del sottosuolo di Fëdor Dostoevskij: “Signore Iddio, che cosa importa a me delle leggi della natura e della aritmetica, quando per una ragione o per l’altra queste leggi e questo due più due quattro non mi convengono?””
 

 

 

La scena fondativa del libro — la bambina che chiede alla madre: “chi eri prima di essere la mia mamma?” — richiama il tema lacaniano dell’enigmaticità del desiderio materno. 

 

La domanda della bambina rivela come la madre sia “altro” rispetto alla funzione materna: ha un desiderio proprio, non interamente saturabile dal figlio.

Richiamare questa scena fondativa è mettere in luce la necessità che la funzione materna non sia totalizzante; il desiderio materno, potenzialmente illimitato, può risultare travolgente: è necessaria una barriera simbolica, un confine che impedisca alla madre di essere definita solo dalla maternità e al bambino di essere totalmente catturato da tale desiderio.

È questo limite che permette al figlio di crescere senza essere “inghiottito”, è, dunque, condizione di possibilità perché possa separarsi e costituirsi come un soggetto distinto.
 

 

Purtroppo, infodemia e infobulimia si inseguono in un calcinculo vizioso. Per essere visibili, presenti, bisogna imporsi a suon di novità: di articoli, di libri (circa 85.000 nuovi titoli l’anno in Italia, per assicurarsi un posto al sole sul bancone e consentire il sistema delle rese), di post, stories, e altri generatori di notifiche di cui non so il nome. 

 

La novità impera, anzi è dittatrice. E il dernier cri spesso perde la sciccheria d’antan e diventa l’ultima urlata. Ma perché noi la novità la cerchiamo in questo modo compulsivo? In fondo, perché siamo fatti così. 

L’abbiamo sempre fatto. Derek Thompson nel suo minisaggio The Anti-Social Century ne suggerisce le ragioni in estrema sintesi in questo modo: programmati per andare a caccia di dopamina, fino a non molto tempo fa per procurarcela dovevamo uscire.

Perché veniva (anche) dallo scarto, per quanto piccolo, dalla solita minestra che ci riservavano le nostre quattro mura, e necessariamente dovevamo cercarla fuori casa: in un incontro, in un giornale fresco di edicola, in una pausa di lavoro alla macchinetta del caffè. 

Le informazioni che ci procurano quella impercettibile fibrillazione stavano tutte nelle nostre avventure quotidiane extra moenia. Adesso non abbiamo più bisogno di uscire per procacciarci questo “cibo”. 

Le novità stanno lì, nella scatolina magica che teniamo in mano per un numero imbarazzante di ore al giorno. Inesauribili. E addictive. Eccola lì, la nostra infobulimia dopaminergica.

Peccato che nel frattempo ci siamo persi per strada, piuttosto rapidamente, il contatto e pure un po’ il tatto, quel mescolamento e sfregamento che giova al cuore e anche alla polis.

 

 

 

 

Lo scarto tra la realtà del conflitto e le narrazioni che lo accompagnano non si spiega soltanto con la propaganda o con la frammentazione dell’informazione, nell’epoca dello streaming 24/7, dei reels pubblicati dai luoghi della guerra, delle ultime ore diventate ultimi minuti se non secondi. 

Forse l’invasione dell’Ucraina ci ha posto di fronte a come stia mutando il nostro rapporto con il tempo storico, dovuto a come son state la maggior parte delle guerre operate dalle potenze occidentali negli ultimi decenni: presentate come interventi limitati, operazioni “chirurgiche” se non (addirittura!) “umanitarie”, campagne aeree calibrate nel tempo.

Perché la guerra lunga, la guerra cronica, la guerra che muta forma ma non scompare, appare come qualcosa di estraneo al nostro orizzonte mentale, ancor di più in Europa, va esorcizzata ma al tempo stesso evocata, in un gioco di specchi assai particolare.

Per questo, quando un conflitto rifiuta di adattarsi al modello dell’“operazione” e si presenta, invece, come una trasformazione strutturale, il rumore bianco del chiasso mediatico diventa più intenso, perché vi è un'incapacità di lettura di quello che avviene, e non sapendo comprendere il perché di una durata più lunga di un prime show del giovedì sera o di una paginata di giornale, ci si rifugia in scorciatoie interpretative. 

Da qui la proliferazione di immagini di resa imminente, di collasso sistemico, di piani di pace “chiavi in mano”, pronti a essere tirati fuori dal cassetto al momento opportuno, con la sparizione immediata al primo segnale di difficoltà. 

Vero, si tratta di risposte psicologicamente comprensibili a una realtà che sfugge, per sua natura, ai desideri di chi osserva da lontano, ben più ostica per la pigrizia mentale che non favorisce alcun approfondimento o riflessione.

 

L’inerzia, lo scoramento, l’apatia, si diceva, non sono una novità nella vita dell’uomo, e a volte rispondono a difficoltà gravissime o semplicemente all’andamento della vita, alle disgrazie diseguali che toccano chiunque, all’invecchiamento, le malattie e la miseria, la violenza e la guerra in cui la più parte si trova coinvolta senza averlo voluto e nemmeno previsto. 

 

Ma questo non basta a spiegarne la diffusione, e si direbbe la sua assunzione a stella polare, spenta, nera come il nero della melanconia, dei nostri giorni.

“Che cosa è dunque accaduto? – si chiede Ciampa –. Qualcosa che non troveremo nelle cronache del tempo … abbiamo abdicato alle nostre prerogative di soggetti, franando in uno stato paralizzante, dove tutto accade a nostra insaputa. Le donne e gli uomini di questi anni si avvertono «superflui». Superfluo appare il loro agire”.

Il risultato è la diffusione universale dell’“indifferenza, il progressivo intorpidimento fino alla neutralizzazione della sensibilità” che produce “un ottundimento socialmente diffuso, il grado zero della nostra presenza nel mondo”, che si traduce nella rinuncia alla coscienza, in un’accettazione sonnambolica della deriva quotidiana. Un costante dormire sognando di essere svegli.

 

Se l’insegnamento non provoca l’accensione del fuoco del desiderio non solo non riesce ad attivare le motivazioni principali che spingono uno studente ad apprendere, ma manca anche il fine etico più profondo, ovvero stimolare e valorizzare la partecipazione a un legame sociale capace di accogliere la singolarità di ciascuno.

 

 

Dietro l’enciclopedia di Musk si cela un’urgenza politica. Non si limita a mettere la conoscenza scientifica e tecnologica al servizio del potere e dell’ideologia di turno: essa è tutt’uno con il potere.

Non perché Grokipedia sia politica in senso tradizionale, ma perché elimina la mediazione, l’autorevolezza dei “guardiani linguistici” — come li avrebbe chiamati Hilary Putnam — e il pluralismo distribuito del controllo, secondo il modello di Wikipedia. La conoscenza non è più un campo di negoziazione ma una trasmissione unidirezionale.

L’algoritmo si fa sacerdote, il suo proprietario governa la rivelazione di una fonte chiusa di addestramento. Non è un modello enciclopedico-architettonico, dove la conoscenza si costruisce come spazio condiviso e razionale, né — per usare un’espressione di Gino Roncaglia — un modello oracolare, ancorché aperto all’interpretazione.

Qui il sapere non si costruisce né si interroga: coincide con la verità stessa. I lemmi di Musk non pretendono di dire il vero, di farlo né, tantomeno, di verificarlo: sono il vero. E proprio per questo non tollerano mediazione, confronto o dubbio. È un modello teologico-politico, e per ciò stesso fondamentalista.

 

Oggi da più fronti, se pur timidamente, viene messa in discussione l’equivalenza di climaterio e vecchiaia, almeno per la nostra cultura. 

Detrito dopo detrito, la menopausa sta lentamente uscendo dall’oscuro antro del tabù della “donna scaduta” e della superstizione, di cui le stesse interessate parlano ancora poco e con vergogna, scisse tra la tacita adesione a una precoce vecchiaia, con conseguenti ingiustizie sociali per esempio sul lavoro, o a forme di estremo giovanilismo. 

Nonostante il sistema di omissioni e sostanziale disinteresse stia scricchiolando, e qua e là si parli più liberamente del tema, ancora oggi alla donna, col passare del tempo, non è concesso il cambiamento, anche quando è fisiologico. 

Si pretende da lei che non muti nel corpo, così come nella psiche o nella vita. 

Sulla scia di "Il doppio standard dell’invecchiamento" (1972) di Susan Sontag, tuttora la menopausa non ha un parametro estetico: se il maschio di mezz’età, non più ragazzo si trasforma in uomo maturo, brizzolato e con le sue belle rughe a segnargli la faccia, restando un soggetto che si rinnova nel suo poter essere ancora seducente, per la donna della stessa età non è così. 

Condannata a dover restare, per la società, la moda, la famiglia, l’eterna ragazza di un tempo, con abbigliamento e apparato cosmetico immobili a dieci anni e settanta sintomi prima, la donna resta intrappolata nel disperato tentativo di immobilizzarsi con “diete, chirurgia estetica, trucco, tintura dei capelli, vestiti costosi per cercare di assomigliare alle giovani che non sono più”, dove la prima a essere sorda al cambiamento, oltre a medici impreparati e a una società ottusa, è lei stessa. 

Qualsiasi donna ne abbia fatto esperienza ha provato sulla propria pelle come la medicina continui ad annaspare, avendo sempre ignorato il più importante cambiamento della vita femminile insieme al suo corpo, considerato per secoli una versione difettata di quello maschile. La donna balla da sola fino alla fine, viaggia attraversando in solitaria un’esperienza che resta sostanzialmente afona, senza un suo spazio preciso nella medicina né nella società. Oggi, passo dopo passo, inciampo dopo inciampo, si inizia finalmente a dare la parola a un’esperienza altrimenti quasi silente e della quale la scienza inizia da pochi anni a balbettare, si rimettono a posto, uno dopo l’altro, i pezzi del mosaico nel quale la donna si rompe, sgretolandosi momentaneamente mentre gli estrogeni abbandonano a frotte il suo corpo.

 

La violenza di genere si annida nel linguaggio, nei gesti quotidiani e nei modelli educativi e culturali trasmessi sin dall’infanzia. 

Insegnare a bambine e bambini che il corpo appartiene a loro, che solo loro possono decidere su di esso, che i corpi degli altri vanno rispettati, che il consenso è imprescindibile e che ci sono dei “no” da accettare, può sembrare un principio elementare. 

È invece il primo, fondamentale passo per prevenire un certo tipo di violenza e difendere i più piccoli, aumentandone la consapevolezza, dagli abusi sessuali.

 

Allo stesso tempo è fondamentale destrutturare gli stereotipi di genere, la narrazione per cui i maschi, a dispetto delle femmine, siano più portati per le materie tecnico-scientifiche, la tendenza ad attribuire prevalentemente alle ragazze ruoli di supporto o di cura e ai ragazzi posizioni di leadership anche solo nel piccolo gruppo di una flipped classroom.

Così come impedire a bambini e ragazzi di esprimere emozioni e fragilità, accusandoli di mostrare una debolezza eccessiva e considerata “femminile”.
 

Riportare tutto a un modello familiare predefinito e tradizionale finisce per escludere e stigmatizzare bambine e bambini che vivono in realtà meno convenzionali (ma sempre più frequenti): famiglie con genitori omosessuali, famiglie in cui esistono nuove figure di riferimento come il compagno o la compagna di un genitore, oppure famiglie monogenitoriali, sia per scelta sia a seguito di un lutto.

In un paese già estremamente impreparato, ricco di tabù e carente per quanto riguarda l’educazione sessuo-affettiva questo emendamento mina profondamente il benessere della collettività, e in particolar modo delle nuove generazioni.

Anche l’autonomia scolastica è minacciata e sappiamo bene quanto la censura e la limitazione della libertà di espressione siano un segnale inquietante.

Impedire l’educazione affettiva nella scuola media è svuotare l’educazione del proprio significato più profondo. Tutto si riduce a “formazione tecnica”, il sapere ha valore solo quando è traducibile in competenze spendibili sul mercato del lavoro. 

L’insegnamento è ridotto a dati misurabili, a quiz e test a crocette. I voti diventano l’aspetto più importante; la competizione e l’individualismo vengono esaltati in una visione patriarcale della società.

Il pensiero critico, la creatività, la valorizzazione delle differenze, la dimensione emotiva e relazionale vengono spogliate del loro valore.

 

 

 

 

 

 

 

 

Procedendo per metafore, anche se la nostra mente non è né un magazzino né un luogo fisico in cui riporre le memorie e le informazioni, tuttavia potremmo metaforicamente sostenere, con Della Sala, che per fare spazio a nuove informazioni è necessario, in qualche modo, sbarazzarsi di quelle vecchie, in particolare quelle superflue o addirittura inutili.

E leggendo Della Sala in questi passaggi mi sono venuti in mente i soggetti affetti da accumulo seriale o compulsivo: a furia di accumulare, anche oggetti e cose non necessari, gli spazi in cui si trovano a vivere diventano infrequentabili e invivibili. Alla fine non rimane più spazio per cose nuove.

Qualcosa avviene anche per la nostra mente “affetta” da una memoria che non dispone del necessario equilibrio “igienico” rappresentato dall’oblio, dalla scopa della dimenticanza.

Al termine di questo libro di Sergio Della Sala sorgono spontanee alcune riflessioni. Una su tutte: probabilmente noi umani ci siamo inventati memorie esterne come libri, giornali, filmati, computer, programmi informatici e intelligenze artificiali via via che le informazioni e il mondo si sono fatti sempre più estesi, intricati e complessi. 

Il fatto di delegare ad altri, ai supporti artificiali e alle AI, preserveranno la nostra mente e le nostre memorie naturali dallo scivolare nella follia dell’accumulo incontrollato. O forse no.

 

 

La difficoltà delle nuove generazioni nell’accesso alla casa, l’espulsione del proletariato e perfino della classe media da Milano, la scelta obbligata di soluzioni temporanee o in affitto sono fenomeni evidenti e costituiscono un grave vulnus alla stessa idea metropolitana.

Milano, nonostante il grande marketing urbano che almeno a far data dall’EXPO 2015 l’ha magnificata, è diventata una città nei fatti sempre meno inclusiva. 

Il tema della casa è urgente e una città come Milano non può più rimandare la realizzazione di case popolari per le fasce meno abbienti, anche per assicurare un adeguato mix sociale nei quartieri, incluso il centro cittadino: vere case popolari, e non semplicemente housing sociale, termine equivoco spesso strumentalizzato ad arte in tutti i nuovi interventi di cosiddetta rigenerazione urbana.

 

 

29 settembre 2025. [...] Noi siamo il catalizzatore, la gente, ovunque, è la detonazione — noi siamo nel labirinto, e la gente, ovunque, è il filo che ci porterà fuori, potrebbe portarci a Gaza.

Ma Gaza, nell'immediato? Nell’immediato muore e è distrutta. Nell'immediato scenario, non arriveranno i nostri aiuti e non apriremo un corridoio umanitario. Nell'immediato ricevo, riceviamo, messaggi su messaggi di gratitudine e di speranza. 

Chissà se arriveremo abbastanza vicini perché vedano le nostre vele della costa? Chissà cosa succederebbe allora, sulla costa, e quanto e come Israele gliela farebbe pagare?

30 settembre 2025. Orizzonte
È iniziato il conto alla rovescia. È iniziato il conto alla rovescia nel mondo alla rovescia in cui i grandi o avversi poteri decidono del futuro della Palestina senza nessuna autodeterminazione della Palestina, gente come Tony Blair al timone della trasformazione di Gaza e tanti altri dettagli ancora da scoprire. 

Allo stesso tempo qualche garanzia a corto termine, il cessate il fuoco, gli aiuti umanitari, nessuna annessione territoriale, nessuno obbligato a lasciare la Palestina…

Stiamo ancora navigando e siamo a poche miglia marittime da Gaza e la speranza tra chi ci aspetta è alta: anche se dovesse venir delusa, questa speranza vale già da sola, per qualche giorno o settimana c’è stato qualcosa da cercare con gli occhi all’orizzonte.

 

Le stelle si sono mosse. Come le rive si muovevano con noi, con la solidarietà delle piazze e dei singoli (oh! l’Italia questo 22 settembre), ora si sono mosse le stelle. Sono scese dall’alto, tre, quattro alla volta, scese verso le navi della flotilla, risalite e ridiscese verso la prossima barca. 

Come calabroni malefici trovata quella giusta la bombardano. Un boato assordante e fiammate nella notte. La stella finta cancella per un attimo l’intera volta celeste. Vele lacerate. La tensione, anche lei alle stelle. La fragilità delle barchette in fibra di vetro, cariche di diesel, è potente, ma l’attacco è chirurgico. 

 

Nessuno è ferito. Nemmeno dalla sostanza chimica che potrebbe soffocare e scorticare. Dodici attacchi in tutto. Ce ne sono voluti quattro perché capissimo la strategia, colpiscono solo le barche con le vele aperte. La nostra era ammainata. Tutto attorno è buio e onde, siamo in mezzo al mare.

 

 

La flottiglia si riunisce, più di 30 barche a vela in formazione, venute da tutti i porti dell’Europa, dall’Africa, scafi di legno vele e il vento. Il colore cobalto del mare. 

Le comunicazioni via radio. Il sole che splende, il sole che scende. Più di trenta barche in formazione, le minacce e le promesse del mare. 

 

I capitani fanno quello che sanno fare. Al mio è cambiata la voce e gli occhi di mare. Vele a perdita d’occhio intorno a noi. Sappiamo cosa siamo venuti a fare. Non siamo soli, siamo una flottiglia.

 

Se si abbandona il controllo interpretativo e si affida tutto agli algoritmi, i progetti europei e le piattaforme finanziate rischiano di diventare strumenti ideologici. 

Criteri economici e canali di finanziamento rischiano di dettare i criteri per stabilire quali corpora vengono trattati, e come devono esserlo, e quali restano invisibili. 

I bias già presenti nei dati originari si amplificano: lingue minoritarie, culture periferiche e autori meno noti restano marginali, mentre i testi (anglofoni) o documentati in modo più visibile, acquisiscono una centralità percepita come naturale ma in realtà costruita. 

La libertà proclamata si traduce così in discriminazione strutturale, subordinando le opere, gli autori e i loro diritti alle logiche del capitale dei dati invece che essere interpretati secondo il consensus gentium, cioè in modo aperto e socialmente condiviso  ̶  per quanto divergente. 

Denunciare questi rischi significa essere realisti non apocalittici.

La promessa dei LOD e dell’Open Access – rendere le informazioni accessibili e interconnesse per favorire ricerca e collaborazione – non può essere assunta come neutra. 

L’apertura non va negata, ma neppure sacralizzata: essa è, e produce, un’interpretazione, non una verità oggettiva. 

La multi-interpretabilità di un’opera deve essere guidata, i collegamenti tra dati selezionati criticamente, e gli autori devono poter mantenere voce sul senso dei loro testi. 

Diversamente, l’ideologia tecnologica finisce per privilegiare chi possiede risorse e non chi custodisce l’opera né la competenza interpretativa.

 

 

 

 

Il pianeta brucia, lo scioglimento delle calotte polari procede, la biodiversità si riduce, gli eventi meteorologici sono diventati estremi, le estati faticose e roventi e ovunque si levano richieste di giustizia sociale, di genere e contro i razzismi.

In breve, la brutalità del mondo entra ogni giorno in forme spesso aberranti e sfigurate nelle stanze di ragazze e ragazzi che chiedono ascolto e fiducia e cercano nei docenti alleanza, riferimenti e supporto. 

Mentre questo succede la scuola italiana rischia di farsi più piccola, provinciale e reazionaria assecondando una chiusura apparentemente rassicurante perché fondata sul mito dell'ordine tradizionale (che non ha mai funzionato in quanto profondamente iniquo).
 

 

L'anno scolastico inizia in questo orizzonte vasto di nuvole basse e scure, con la certezza che niente sarà facile e la convinzione che questo debba accrescere la determinazione a cambiare le cose. 

 

La vita nelle classi è un patchwork di esperienze culturalmente mediate di crescita e metamorfosi per tutti quelli che vi sono dentro. Proprio perché siamo a scuola possiamo lavorare per limitare il peggio del nostro tempo inquieto e ferito. 

Essere docenti consapevoli del momento in cui viviamo significa non solo trasmettere tradizioni culturali e scientifiche; non può limitarsi a addestrare i discenti a convivere con la realtà, cioè la rappresentazione sociale dominante e naturalizzata dello stato delle cose presenti. 

Essere docenti consapevoli del momento in cui viviamo vuol dire fornire strumenti per imparare a decifrare criticamente il mondo e a confrontarsi con il reale, il dato opaco che emerge dalle crepe dell'esistente con le possibilità future e da costruire di ciò che potrebbe essere.

 

 

È la mattina del 5 settembre, il momento in cui avremmo dovuto salpare. La flotta da Barcellona ha avuto svariati problemi, ma una ventina di navi sta arrivando all'altezza di Tunisi. Da Tunisi non sono ancora salpati, non si sa quando e quante barche lo faranno, lo stesso vale per noi in Sicilia.

L'attesa: lo sapevamo che parte del lavoro sarebbe stato attendere, e adattarsi. Invece è una scoperta misurare, in me e in queste centinaia di persone, il grado di accettazione delle attese all’oscuro dei fatti (nel sole della Sicilia), l’accettazione di così tanti elementi contraddittori e perfino assurdi.[…]

E, mentre le campane del duomo si danno da fare, capisco un’altra cosa: siamo tutti chiamati a fare quello che dobbiamo fare, a essere nelle condizioni migliori per poterlo fare, la posta è alta e alta è la responsabilità verso gli altri e la missione.

E c’è qualcosa che risponde senza che nemmeno avessi percepito, fino a adesso, la chiamata. Nell’intimo, la risposta è forte e chiara, è ferma. Appena fuori, tutto è mobile, liquido e frenetico. Ci saranno altre chiamate. Ci saranno altre risposte. E c’è ben poco al di fuori di questo (beh, sì, gli occhi, così veri, di mia figlia).”
 

 

 

In un contesto globale inquietante e devastante, in cui pochi oligarchi multimiliardari, guerrafondai e criminali dettano legge sull’intero globo terracqueo, ci mettiamo in fila ad aspettare che una cabinovia ci porti dove è possibile scattare il selfie dei desideri.

Il disastro urbano, dalle villettopoli ai casermoni popolari, al falso recupero dei centri storici che di fatto espelle gli abitanti impossibilitati a sostenere una politica di prezzi sempre più allucinante, è l’esatta fotografia di una crisi di civiltà.

Le file per il Seceda (come le Olimpiadi di Cortina o i grattacieli di Milano) sono solo un’istantanea paradossale del nostro vivere quotidiano. E non bastano, ammesso che mai siano stati sufficienti, gli attuali paradigmi ambientalisti del tutto simbolici e di fatto poco efficaci. Non basta più ipotizzare isole verdi in un oceano di distruzione.


Quando  parliamo di “Pirocene”, di “Petrocene”, di “Età del fuoco”, magari usando metafore ecologiche prometeiche, dovremmo ricordarci che si tratta di invenzioni generate in Occidente per spiegare agli occidentali un’interpretazione occidentale del punto di vista occidentale sull’Occidente. 

Non basta l’ascolto dei saperi nativi se non esiste l’humus politico per accogliere le loro priorità. 

Non basta perché l’esercizio epistemologico e narrativo, così come la resilienza del dissidente o dell’artista, si autogenerano e si autodivorano quasi sempre in un una casa senza porte e senza finestre. Non basta declinare il globale in locale se il potere è vertiginosamente sbilanciato. 

L’emergenza fuoco, come l’emergenza acqua, aria e terra, può essere anche fatta riverberare su un indistinto fondale mitico, quello dell’ascesa e caduta di Homo faber, quello di altre cosmogonie possibili, quello di una distopia rovesciabile in utopia, ma il punto non è prendere in prestito mitologie altrui, occidentali e non, per “ripensare la Terra”, non è “fare mitopoiesi” nella cameretta dello scrittore più o meno fantasy, il punto è adattarsi al fuoco come è tempo di adattarsi a un pensiero indigeribile: camminiamo nella cenere di noi stessi come vampiri al sole.

Il problema allora è uno solo. Come si fa a sperare? Dire “Pirocene” e dire “impariamo dai nativi” è una specie di grido del vampiro che diventa qualcosa che ancora non ha forma ma che in qualche modo ha il sapore della speranza. 

Per cominciare a dare un terreno solido a questa speranza bisogna però riconoscere con umiltà e compassione, direi proprio con affetto, il dolore di chi davvero è già nella cenere, non solo in quest’epoca di megaincendi ma da decine o centinaia di anni. 

Riconoscere sì la tragedia di milioni di ettari di bosco andati in fumo, di economie ed ecosistemi inceneriti, ma non prima di aver guardato la cenere dentro gli occhi di una donna, di un bambino, di un uomo nei roghi della striscia di Gaza, o sulle mani e sui piedi di chi è umiliato da un qualunque potere, o nella semplice banale universalità di chi i mezzi non ce li ha e non li avrà mai. 

Non si può fare management del Grande Disastro senza curare a monte i disastri singoli. Dov’è quindi la speranza di cui diciamo di avere tanto bisogno? Dove possiamo trovarla, oggi, in un mondo in cui tutto brucia? Dove è sempre stata. 

In qualcuna e qualcuno che in ogni epoca, scorrendo leggermente il pollice, ha tolto la cenere dalle sopracciglia di qualcun altro.

 

Nella settimana dall’8 al 14 agosto di quest’anno si contavano più di 300 incendi e i focolai solo in Sicilia, migliaia in Italia e poi, zoomando all’indietro nell’inquietante mappa satellitare, colpiva l’emorragia rossa di Canada, Brasile, Australia e soprattutto Africa, che dall’inizio del 2025 ha visto andare in fumo più di 53 milioni di ettari di superfici vegetali, la metà delle perdite globali.

Cambiamento climatico, incapacità gestionale, economia del disastro: potremmo fermarci a parlarne per giorni, magari in un convegno internazionale, multidisciplinare, capace anche di intercettare gli attori politici delle nazioni più sensibili.

Sono certo che molti ricercatori parlerebbero di “saggezza del territorio”, di “ecologia sacra”, di “indigenous land management” e molti altri sarebbero d’accordo nel pensare che siamo arrivati al punto di dover intrecciare le epistemologie e le pratiche, quelle dell’Occidente industrializzato con quelle native tradizionali.

Bellissimo. Tranne che non accade.

E non accade non per arroccamento accademico o per negazionismo climatico, non per dissonanza cognitiva o per mancata elaborazione del trauma antropocenico, ma per il business as usual neoliberista e neocoloniale che in una mano tiene la carota e nell’altra il bastone, mentre il somaro del Terzo Mondo tira la carretta di tutti verso il baratro.

 

Sono in molti a pensare, a prescindere dalle stagioni, che la fiction abbia o debba avere una funzione d’intrattenimento. Ma la lettura deve cambiarti. Se sei un buon lettore, uno di quelli che presta attenzione alla pagina scritta, non puoi che uscirne modificato, tutt’altro che rassicurato nel tuo punto di vista. 

 

È questo quello che dobbiamo fare anche oggi: non tagliare le teste, ciò che fanno i persecutori dei regimi totalitari, bensì cambiarle. Sherazade non uccide il Re, magari prima addormentandolo, Sherazade lo cura, gli cambia la testa.

 

La crisi ci obbliga a pensare, di nuovo, ad assumerci la responsabilità. Siamo, ancora una volta, di fronte a una grande occasione per combattere in nome della democrazia e dovrebbe essere qualcosa di eccitante invece che metterci paura.

 

 

Scrivere davvero vuol dire prendere in mano una penna o una matita, scegliere un taccuino o una carta da lettere, esercitare la calligrafia. 

 

 

Ogni volta che s’impara a scrivere a mano è come ricapitolare in se stessi quel percorso durato un lungo lasso di tempo, ritrovare se stessi nella calligrafia, come nel disegno ritmico, è anche incontrare la propria identità. 

Meglio: nuotare sino alla riga, come ha detto un bambino con un bellissimo lapsus.

 

 

 

Si dà il caso che la matita “normale”, legno e grafite, sia uno strumento praticamente perfetto: leggero, maneggevole, robusto, durevole, efficiente…

Non ha bisogno di manutenzione, di cure, di energia, di addestramento dell’utente…

E perdona gli errori (dato che il segno può essere cancellato).

Questo è davvero troppo. 

 

Amo le matite, il loro odore e i disegni fatti per non essere guardati da estranei, disegni che sono solo tracce, pensieri incompiuti, proprio per questo perfetti.

 

Il nero del carbone produce per affinità una continuità, agisce come un medium in senso letterale, con la stessa sostanza di cui sono fatte le ombre: nero sul nero nel nero.

 

A Gaza è la devastazione a prevalere, un vuoto che non richiama più nulla di ciò che, fino a pochi mesi fa, era un tessuto urbano vivo. Qualcuno parla di urbicidio o di ecocidio, perché anche la natura è stata annientata, ma forse queste parole non dicono abbastanza.

È la scrittrice palestinese Zena Agha a suggerire la parola “disinvenzione”: una volontà sistematica di cancellare l’esistenza stessa di un luogo dalla memoria collettiva, come se quel luogo non fosse mai esistito. 

È il lascito tragico della guerra, di ogni guerra, si potrebbe osservare. La distruzione urbana è sempre stata una ferita aperta nella memoria collettiva, ma la scala e le logiche attuali hanno assunto tratti inediti. 

 

Oggi la distruzione urbana ha assunto una scala industriale e una logica programmatica, che non colpisce più solo le infrastrutture militari, ma mira a smantellare ogni tessuto di vita. Una vera e propria tabula rasa.

La spirale del ciclo bellico-immobiliare ha purtroppo una sua coerenza – arma, distrugge, ricostruisce, guadagna – e l’interesse di chi distrugge converge con quello di chi ricostruisce.

La guerra è seguita dalla ricostruzione, presentata naturalmente come atto di speranza e solidarietà internazionale. Ma dietro la retorica della rinascita si celano logiche di profitto che più ciniche non si può.
 

 

 

Ora, mentre scrivo, sembra che i media internazionali si siano perfino stancati di contare i morti palestinesi. 

I bombardamenti israeliani sembrano appartenere al normale corso delle cose: nemmeno il fatto che ogni giorno decine e decine di gazawi siano uccisi dalle IDF mentre cercano di avvicinarsi ai siti dove vengono distribuiti viveri fa più notizia. La disumanizzazione della popolazione di Gaza, dunque, può dirsi compiuta.

Considerate se sono uomini ancora, uomini e donne, questi che rischiano di morire mentre cercano di procurarsi un pezzo di pane.

 

 

 

Il nuovo Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne introduce una differenziazione su base demografica tra le  aree interne dividendo i territori così definiti in categorie distinte: quelli “rilanciabili” e quelli “senza prospettive”. 

Si arriva a legittimare dunque l’abbandono istituzionale di larga parte del territorio nazionale, accentuando il divario tra città e aree interne e tra le diverse anime di queste stesse, col rischio di compromettere – è il timore di molti – la stessa tenuta sociale del Paese.

Alcuni giustamente fan notare con un soprassalto di disagio e scandalo come non si possa adottare per le comunità di esseri umani la stessa logica del profitto utilizzabile per un investimento economico.

Le persone sono titolari di diritti, non sono prodotti finanziari. Sono un patrimonio da preservare, tanto più in questo Occidente in vistoso calo demografico generalizzato. È una questione che richiama gli stessi principi costituzionali. Non argomenti esclusivamente economici.

 

 

 

 

 

 

È più difficile narrare un’apertura che una chiusura; parlare di qualcuno che prova a vivere che di qualcuno che si chiude e rinuncia e crolla. La misura stilistica della felicità è millimetrica e fragile.

 

È più difficile narrare un’apertura che una chiusura; parlare di qualcuno che prova a vivere che di qualcuno che si chiude e rinuncia e crolla. 

 

La misura stilistica della felicità è millimetrica e fragile.

 

 

Attenzione anche alle illusioni, magari quella della montagna luogo di una sapienza del vivere che attende a braccia aperte il cittadino in fuga. Il turista occasionale gode del silenzio, del verde e dei panorami, di rado si domanda come viva e quali problemi debba risolvere chi abita le terre alte. 
 

Tra monti e valli invece, come in pianura, si possono trovare anche follia, disperazione e male di vivere. La rigenerazione interiore dipende da noi stessi non da immaginari luoghi rifugio, alpini o marittimi che siano.

 

 

 

 

Eravamo in tanti a pensare che la minaccia nucleare fosse obsoleta, una reminiscenza della guerra fredda.E invece eccola che ritorna a farci fibrillare all’unisono i nervi. Ma con una differenza cruciale: allora era un deterrente, oggi è parte del discorso e della pratica della guerra preventiva.

 

I nuovi arsenali, più sofisticati e mirati, convivono con una soglia più bassa di allarme e con una narrazione pubblica che ha anestetizzato il terrore. 

Dobbiamo ripensare il modo in cui ci collochiamo dentro la storia. Cosa significa vivere nell’era nucleare non come una superpotenza né come una vittima, ma come complici involontari e passivi? Cosa significa abitare un paese che non annuncia escalation ma partecipa all’apparato che la rende possibile? 

Nel conflitto Iran-Israele-Usa la complicità non si misura solo con le armi fornite o le truppe inviate, ma anche con i silenzi, le omissioni e l’assenza di alternative politiche.

E invece dobbiamo dirlo con chiarezza: non siamo spettatori. 
Non siamo estranei. 
Dentro questa ennesima guerra siamo invischiati senza scampo.

 

 

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